Miss Violence, autopsia dell’orrore familiare

Angeliki ha un bel vestito giallo e intorno tutta la sua famiglia. Oggi sarà la principessa di casa, dato che è il suo undicesimo compleanno … qualcosa fa però pensare che la sua vita sia ben lontana dai colori pastello della torta che nonna e mamma hanno preparato. Angeliki infatti, nel bel mezzo della festicciola casalinga, si suicida gettandosi giù dal balcone.

Un pugno nello stomaco ben assestato, proprio mentre, illusoriamente, lo spettatore si preparava a rilassarsi e chissà, magari anche a sorridere un po’. Si apre così Miss Violence, secondo film di Alexandros Avranas (il cui lavoro precedente, datato 2008, s’intitolava Without), che annovera tra gli attori Themis Panou, Rena Pittaki, Eleni Roussinou, Sissy Toumasi, Kalliopi Zontanou.

La famiglia di Angeliki sembra assorbire e metabolizzare il lutto con la stessa rapidità indolore con cui un panno di daino s’impregna d’acqua. I bambini tornano a scuola sin dal giorno seguente, l’armadio che un tempo era appartenuto alla ragazzina viene immediatamente liberato, e il (maniacalmente) efficiente “uomo di casa” si reca in Comune per sbrigare le incombenze burocratiche connesse alla tragedia. La casa è pulita e dignitosa, in tavola non manca mai il cibo, nonostante nessuno lavori e il sussidio scarseggi … eppure quelle porte, ora ossessivamente serrate, ora brutalmente smontate, urlano i segreti pervicacemente taciuti dai membri del nucleo familiare. Via via che la trama si dipana, le note stonate aumentano. Si sommano, si accumulano, fino a diventare i tasselli di un (disperante) mosaico che spetta allo spettatore ricomporre, per quanto assurdo e spietato possa sembrargli ciò che vede concretizzarsi davanti a sè.

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Ispiratosi all’opera dell’austriaco Michael Haneke (basti pensare all’inquietante Funny Games), con Miss Violence Avranas ha confezionato quella che qualcuno ha definito «una versione glaciale e rigorosissima di un dramma da camera claustrofobico».I rapporti familiari sono oggetto di un’autopsia connotata da tagli di inquadratura che mutilano ambienti e personaggi, in un perturbante gioco di specchi in cui è difficile distinguere la vittima dal carnefice. In tal senso, è riuscitissimo lo stratagemma del lento disvelamento dei gradi di parentela che intercorrono tra i protagonisti. «Camera fissa, sempre. Non si esce di casa, mai. Si andrà al mare (forse) se si metterà in ordine casa. Tanti silenzi ma che fanno male più di mille grida a scena aperta».

Avranas distilla sapientemente freddezza e allusività: lo spettatore si ritrova immerso, poco a poco, in un baratro di cui non si scorge il fondo. Si sceglie quindi di non delineare nettamente gli spaccati di violenza e aberrazione, preferendo che sia lo spettatore a ricostruirli, attraverso l’intuizione e/o l’immaginazione, partendo da piccoli dettagli e accenni suggeriti. A questo proposito il regista ha dichiarato: «il film è tratto da una storia reale accaduta in Germania, tre volte più dura. Il cinema ha il dovere di rappresentare queste vicende, ma non può esagerare con la violenza, per evitare che lo spettatore abbia una reazione di chiusura e rifiuto nei confronti della vicenda».

La musica ha il compito di sottolineare gli snodi più importanti della trama, risultando, talvolta, il contrappunto grottesco a situazioni profondamente squallide, come nella scena in cui la figlia maggiore (Eleni Roussinou) viene portata dal padre (Themis Panou) a casa di un cliente, e siede sul divano mentre i due ballano sulle note de L’italiano di Toto Cutugno.

Miss Violence è stato presentato alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia aggiudicandosi il Leone d’Argento alla migliore regia e la Coppa Volpi per il miglior interprete, Themis Panou, a proposito del quale hanno scritto: «interpreta magnificamente il ruolo del padre/nonno aguzzino, contribuendo inoltre notevolmente a  tutta l’atmosfera generale dell’opera tragica. Il suo volto freddo, privo di espressione e senza mai un, seppur leggero, accenno di comprensione o cedimento e, men che meno, umanità è la testimonianza di come quasi tutto l’orrore che accade sia voluto, e quasi assurdamente da giustificare e accettare, da una volontà divina superiore, di cui lui ne è lo strumento o, addirittura, l’artefice stesso».

Disturbante, scomodo, spinoso. Miss Violence è senza dubbio un film che merita di esser visto, in quanto è nato dalla volontà di accendere i riflettori su un tema tanto dibattuto negli ultimi anni, quanto scottante e di difficile risoluzione. La cifra stilistica del regista, caratterizzata dalla totale assenza di empatia nei confronti dei personaggi, non necessariamente è condivisibile, ma risponde a un preciso e chiaro intento autoriale, che con coraggio e onestà viene sottoposto al vaglio del pubblico. Una pellicola, quindi, capace di mettere in moto le coscienze, smuoverle, “costringerle” a porsi criticamente nei confronti della realtà, nella speranza che non ci siano ancora, in futuro, altre Angeliki stritolate dalla violenza a causa dello sguardo fin troppo distratto dei grandi.

locandina Miss Violence

 

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